domingo, 17 de diciembre de 2017

PALAZZO DEI DIAMANTI. FERRARA. CARLO BONONI. L’ULTIMO SOGNATORE DELL’OFFICINA FERRARESE

14 ottobre 2017 – 7 gennaio 2018

L’autunno del 2017 a Palazzo dei Diamanti si prefigura come un’occasione imperdibile per accostarsi a un capitolo della storia dell’arte affascinante anche se poco conosciuto. L’appuntamento espositivo di Palazzo dei Diamanti sarà riservato, infatti, ad uno dei grandi protagonisti della pittura del Seicento, il ferrarese Carlo Bononi, il cui nome è stato accostato a quelli di Tintoretto e Caravaggio. Guido Reni ne ammirava la «sapienza grande nel disegno e nella forza del colorito». Pochi sono stati capaci di dipingere nudi maschili più potenti e seducenti di quelli di Carlo Bononi. Le sue tele sono vere e proprie meraviglie pittoriche create in tempi tragici, di carestie e pestilenze, nell’Italia di inizio Seicento. A servizio, ma non troppo, della Controriforma.


La mostra – la prima monografica a lui dedicata – è promossa dalla Fondazione  Ferrara Arte ed è curata da Giovanni Sassu, curatore dei Musei d’Arte Antica della città estense, e da Francesca Cappelletti, docente di Storia dell’arte moderna dell’Università degli Studi di Ferrara.
Per secoli Bononi, come del resto l’intero Seicento ferrarese, è rimasto in ombra, offuscato dal ricordo della magica stagione rinascimentale della Ferrara degli Este. Una lenta operazione di recupero critico ha progressivamente messo a fuoco la figura di un artista unico che seppe interpretare in modo sublime e intimamente partecipato la tensione religiosa del suo tempo.


Pittore di scene mitologiche nonché di grandi cicli decorativi sacri e di pale d’altare, Bononi elabora un linguaggio pittorico che pone al centro l’emozione, il rapporto intimo e sentimentale tra le figure dipinte e l’osservatore. Negli anni drammatici dei contrasti religiosi, dei terremoti e delle pestilenze, il sapiente uso della luce e il magistrale ricorso alla teatralità fanno di lui uno dei primi pittori barocchi della penisola, come testimoniano le seducenti decorazioni di Santa Maria in Vado del 1617 circa.

Ma Bononi fu anche un grande naturalista: nelle sue opere il sacro dialoga con il quotidiano. Tele come il Miracolo di Soriano o l’Angelo custode mostrano quanto acuta fosse per l’artista la necessità di calare il racconto sacro nella realtà, incarnando santi e madonne in persone reali e concretamente riconoscibili. In questa prospettiva, pochi come lui hanno saputo coniugare il nudo maschile con le esigenze rappresentative dell’Italia ancora controriformista di inizio Seicento: i suoi martiri e i suoi santi sono dipinti con perfezione potente e, al contempo, suadente, ma senza alcun gusto voyeuristico.


Tutto questo era ben chiaro agli occhi dei contemporanei. Il “divino” Guido Reni, a pochi anni di distanza dalla morte di Carlo, avvenuta nel 1632, lo esaltava descrivendolo «pittore non ordinario» dal «fare grande e primario», dotato di «una sapienza grande nel disegno e nella forza del colorito».
Il giudizio di Reni sarà messo alla prova nell’autunno del 2017: la sapienza del disegno e la forza del colorito di Carlo Bononi vi aspettano per sorprendervi e sedurvi a Palazzo dei Diamanti.
Mostra a cura di Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con Musei di Arte Antica del Comune di Ferrara
Comitato d'onore Daniele Benati, Andrea Emiliani, Luigi Ficacci, Angelo Mazza, Erich Schleier

http://www.palazzodiamanti.it/1582

MALANDAIN BALLET BIARRITZ : LA BELLE ET LA BÊTE. CHATEAU VERSAILLES-SPECTACLES


 Jeu. 21, ven. 22 et sam. 23 décembre 2017

Sans se pencher sur toutes les interprétations du conte, on peut y déceler un récit initiatique visant à résoudre la dualité de l’être : la Belle incarnant l’âme de l’être humain et la Bête sa force vitale et ses instincts.

Avec Jean Cocteau, dont le film sortit sur les écrans en 1946, le regard se porte sur la représentation des démons intérieurs de l’artiste à travers la double nature de la Bête.
Unité perdue ou nature humaine déchirée, quoiqu’il en soit, sur des pages symphoniques de Tchaïkovski, dans notre proposition la Bête, délivrée de ses démons intérieurs, épousera la Belle sous un soleil ardent.

Thierry Malandain


La Belle et La Bête (Malandain / Tchaïkovski)

Voir le reportage de Culturebox sur les coulisses de la création

Voir la vidéo officielle des coulisses de la création de la Blelle et la Bête

PROGRAMME

Malandain Ballet Biarritz : La Belle et La Bête 


Coproduction : Opéra Royal / Château de Versailles Spectacles, Biennale de la danse de Lyon 2016, Opéra de Saint-Etienne, Ballet T - Teatro Victoria Eugenia Donostia / San Sebastián, CCN Malandain Ballet Biarritz.
 "15 MINUTES AVEC"
Jeudi 21 décembre, partagez "15 minutes avec" Thierry Malandain, chorégraphe, pour échanger autour de La Belle et La Bête à 19h30 au Grand Foyer de l'Opéra Royal.


http://www.chateauversailles-spectacles.fr/spectacles/2017/malandain-ballet-biarritz-la-belle-et-la-bete

ROMA. CORPO, MOVIMENTO, STRUTTURA. IL GIOIELLO CONTEMPORANEO E LA SUA COSTRUZIONE

15 novembre 2017 - 28 gennaio 2018
Centro Archivi MAXXI Architettura a cura di Domitilla Dardi
Connessioni, rapporti, equilibri di pesi e volumi: un lessico comune condiviso da gioiello e architettura
Un gioiello è un oggetto che si presta a molte letture e la prima è tradizionalmente quella estetica, che riguarda tanto la bellezza dell’opera in sé quanto l’idea del bello che un monile riesce a veicolare e trasmettere. Accanto a questo piano esiste una ricerca strutturale del gioiello in cui a valere è la complessità della struttura e quindi l’idea e la forma. Qui il disegno trova molti punti in comune con l’architettura: sebbene con finalità e scale diverse, gioiello e architettura si relazionano entrambe con il corpo in movimento, al quale rispondono con una struttura in grado di “abitarlo” o di fargli abitare uno spazio.


La mostra racconta questo legame tra piccola e grande scala indagando, in maniera inedita, alcune particolarità del mondo del gioiello contemporaneo messe in evidenza nelle opere di grandi maestri internazionali: Babetto, Bielander, Britton, Cecchi, Chang, Sajet.
I gioielli vengono presentati sempre insieme ai disegni preparatori in modo da sottolineare il processo di costruzione del lavoro progettuale e l’esecuzione di pezzi unici e serie limitate, completamente differente dalla gioielleria industriale. Accanto a questi è esposta una selezione di modelli di architettura provenienti dalle collezioni del MAXXI Architettura che reagiscono con il gioiello come pure suggestioni strutturali, seguendo le declinazioni formali e i registri espressivi dei designer.


http://www.maxxi.art/events/corpo-movimento-struttura-il-gioiello-contemporaneo-e-la-sua-costruzione/

MUSÉE DE L´ORANGERIE. PARIS. DADA AFRICA, SOURCES ET INFLUENCES EXTRA-OCCIDENTALES

Exposition organisée à Paris par le Museum Rietberg Zurich et la Berlinische Galerie Berlin, en collaboration avec les musées d’Orsay et de l’Orangerie.


Dada, mouvement artistique foisonnant et subversif, naît à Zurich pendant la Guerre de 14-18 et se déploie ensuite à travers plusieurs foyers, Berlin, Paris, New York... Par leurs œuvres nouvelles – poésie sonore, danse, collages, performance –, les artistes dadaïstes rejettent les valeurs traditionnelles de la civilisation, tout en s’appropriant les formes culturelles et artistiques de cultures extra-occidentales, l’Afrique, l’Océanie, l’Amérique.
Le Musée de l’Orangerie propose une exposition sur ces échanges en confrontant œuvres africaines, amérindiennes et asiatiques et celles, dadaïstes, de Hanna Höch, de Jean Arp, de Sophie Taeuber-Arp, de Marcel Janco, de Hugo Ball, de Tristan Tzara, de Raoul Haussmann, de Man Ray, de Picabia….
Ainsi seront évoquées les soirées Dada, avec plusieurs archives, film de danse et documents sonores, musicaux, mais aussi la diversité, l’inventivité et la radicalité des productions Dada – textiles, graphisme, affiches, assemblages, reliefs en bois, poupées et marionnettes – face à la beauté étrange et la rareté d’œuvres extra-occidentales, statue africaine Hemba, masque africain de Makondé, masque Hannya du Japon, proue de pirogue de guerre maori...
Le propos a toute sa place au musée de l’Orangerie, berceau de la collection Jean Walter - Paul Guillaume. Celui-ci, grand marchand d’art africain, a joué un rôle de premier plan dans cette confrontation qui s’opère sur fond d’interrogations sur l’hybride, le genre, la posture coloniale.

En contrepoint de l’exposition seront présentées dans le musée des œuvres de deux artistes contemporains :
- deux photographies de l’artiste Athi-Patra Ruga issues d’une performance et d’une réflexion sur l’identité… A Vigil for Mayibuye (from the Exile series), 1915 et The Future White Woman of Azania, 2012
- un ensemble d’œuvres (tapisseries, photographie et dessins) d’Otobong Nkanga dont deux tapisseries In pursuit of Bling, 2014.

Athi-Patra Ruga réside et travaille à Johannesburg. Explorant les frontières entre la mode, la performance et l'art contemporain, Athi-Patra Ruga expose et subvertit le corps confronté aux structures, aux idéologies et à la politique. Débordant de références multiculturelles éclectiques, d'une sensualité charnelle sous-tendue d'humour, ses performances, vidéos, costumes et images photographiques créent un monde où l'identité culturelle n'est plus déterminée par l'origine géographique, l'ascendance ou l'aliénation biologique, mais bien plus par une construction hybride.
Otobong Nkanga, artiste formée au Nigeria et à Paris, vit et travaille à Anvers. Les dessins, installations, photographies, performances et sculptures d'Otobong Nkanga interrogent de différentes manières la notion de territoire et la valeur accordée aux ressources naturelles. Dans plusieurs de ses travaux Otobong Nkanga réfléchit de manière métonymique les différents usages et valeurs culturelles connectés aux ressources naturelles, explorant ainsi comment sens et fonction sont relatifs au sein de cultures,  et révélant les différents rôles et histoires de ces matières, tout particulièrement dans le contexte de sa propre vie et de ses souvenirs.

Cette présentation a été rendue possible grâce au soutien de Fabienne Leclerc / Galerie In Situ, Paris.
Commissariat général
Ralf Burmeister, directeur des archives d’artistes à la Berlinische Galerie de Berlin
Michaela Oberhofer, conservateur des Arts d’Afrique et d’Océanie au Museum Rietberg de Zurich
Esther Tisa Francini, directrice des archives écrites et des recherches de provenance au Museum Rietberg de Zurich
Commissariat pour l’étape parisienne
Cécile Debray, conservatrice en chef du patrimoine, directrice du musée de l’Orangerie
Cécile Girardeau, conservateur au musée de l’Orangerie
Assistées de Sylphide de Daranyi, chargée d’études documentaires, et Valérie Loth, chargée de recherches, au musée de l’Orangerie

http://www.musee-orangerie.fr/fr/evenement/dada-africa-sources-et-influences-extra-occidentales

THE METROPOLITAN OPERA HOUSE. NEW YORK. THE MERRY MEZZO

For two decades, Susan Graham has dazzled Met audiences with performances in some of the powerhouse roles of the operatic repertoire—but she’s also a master interpreter of comic operetta, including Lehár’s The Merry Widow, which returns this month. As she prepared to star as the eponymous widow, the mezzo-soprano spoke to the Met’s Christopher Browner about one of her most beloved roles.



You’ve been singing Hanna for 15 years. What keeps you coming back to her?

It’s my favorite operetta role. She reminds me of me, in a way. She is a very deeply feeling person, though she hides it sometimes. She’s funny and sarcastic—all things I can relate to. And Lehár gives her such beautiful lines to sing. There’s so much theatricality to sink your teeth into with the music and so much opportunity for great character development. Not to mention that all night I’m surrounded by adoring men.

What are some of the challenges for you in singing operetta?

It is real singing, and it is very demanding. There are some talky bits—that’s part of the storytelling—but you’ve got to sing it like it’s Verdi or Puccini. So I sing it the same way that I sing anything else in my repertoire, bringing out those gorgeous long lines.

It’s not often that you sing in English.

Singing in English is fabulous because it’s our native language. You can color a word without having to think about it. Unlike when we do operas in other languages, expressing the text is very immediate and emotional and unconscious.

There is quite a bit of spoken dialogue  in this piece. How does this affect  your performance?

The dialogue allows us to make a lot more choices. We’re in charge of our own tempo and how long we make a line last. You can take a pregnant pause to give a long searing glance or a double take, for example.

Your Danilo this season is Paul Groves, with whom you’ve sung many times at the Met.

Oh, my gosh! We’ve sung together for more than 20 years, and, to tell you the truth, our biggest challenge in working together is keeping a straight face. He’s the funniest guy on the face of the earth, so at some point, he will crack me up, and I will crack him up. Hopefully I’ll be able to hold myself together.

Comedy comes naturally to you, doesn’t it?

Well, I am blessed with a good sense of humor. I find most things funny, so I can usually find the comedy in my roles. Most importantly, if you’re trying to make it funny, it’s not funny. If you just let the comedy do its job, it will land.

http://www.metopera.org/Discover/Articles/Interviews/merry-mezzo/

LES IMAGES DÉCHIRANTES D'UN OURS POLAIRE MOURANT DE FAIM À CAUSE DU RÉCHAUFFEMENT CLIMATIQUE

Un photographe du National Geographic a filmé la lente agonie de l'animal pour nous sensibiliser aux conséquences du réchauffement.



CLIMAT - Des images qui brisent le cœur. Difficile de regarder cette vidéo réalisée par un photographe du National Geographic et publiée le 5 décembre sur les réseaux sociaux. Prise sur l'île de Baffin Island, dans l'archipel arctique canadien, la séquence montre un ours polaire décharné, affamé et au bout de ses forces, déambulant péniblement sur une plaine à la recherche de nourriture.

Dans un dernier effort, il fouille une poubelle, mais n'y trouve rien de consistant. La gueule écumante, il s'effondre à terre, l'estomac vide. Ceci a été tourné dans un but: sensibiliser la population au réchauffement climatique.


My entire @Sea_Legacy team was pushing through their tears and emotions while documenting this dying polar bear. It’s a soul-crushing scene that still haunts me, but I know we need to share both the beautiful and the heartbreaking if we are going to break down the walls of apathy. This is what starvation looks like. The muscles atrophy. No energy. It’s a slow, painful death. When scientists say polar bears will be extinct in the next 100 years, I think of the global population of 25,000 bears dying in this manner. There is no band aid solution. There was no saving this individual bear. People think that we can put platforms in the ocean or we can feed the odd starving bear. The simple truth is this—if the Earth continues to warm, we will lose bears and entire polar ecosystems. This large male bear was not old, and he certainly died within hours or days of this moment. But there are solutions. We must reduce our carbon footprint, eat the right food, stop cutting down our forests, and begin putting the Earth—our home—first. Please join us at @sea_legacy as we search for and implement solutions for the oceans and the animals that rely on them—including us humans. Thank you your support in keeping my @sea_legacy team in the field. With @CristinaMittermeier #turningthetide with @Sea_Legacy #bethechange #nature #naturelovers This video is exclusively managed by Caters News. To license or use in a commercial player please contact info@catersnews.com or call +44 121 616 1100 / +1 646 380 1615”
"Voici à quoi ressemble la famine. Les muscles s'atrophient. Plus d'énergie. C'est une mort lente et douloureuse. Quand les scientifiques disent que les ours polaires disparaîtront au cours des 100 prochaines années, je pense à la population mondiale de 25.000 ours qui meurent de cette manière. (...) La simple vérité est la suivante: si la Terre continue à se réchauffer, nous perdrons des ours et des écosystèmes polaires entiers. Ce gros mâle n'était pas vieux et il est certainement mort dans les heures ou les jours qui ont suivi ce moment. Mais il y a des solutions. Nous devons réduire notre empreinte carbone, manger de nourriture saine, arrêter de couper nos forêts et commencer par mettre la Terre à l'honneur", explique le photographe Paul Nicklen en légende de la vidéo, précisant que l'équipe de tournage était en pleurs en filmant cette séquence.


En novembre dernier, 200 ours polaires se sont retrouvés amassés sur une île arctique russe à cause du réchauffement climatique.


http://www.huffingtonpost.fr/2017/12/09/les-images-dechirantes-dun-ours-polaire-en-train-de-mourir-de-faim-a-cause-du-rechauffement-climatique_a_23302440/

sábado, 16 de diciembre de 2017

SUMERIA Y EL PARADIGMA MODERNO. FUNDACIÓN JOAN MIRÓ

28/10/2017 — 21/01/2018
Comisariado
Pedro Azara
La exposición Sumeria y el paradigma moderno pone en conversación la creación mesopotámica y la obra de artistas modernos, sobre todo durante el período de entreguerras (1918-1939). Al mismo tiempo, quiere hallar una respuesta a la fascinación moderna por los hallazgos de Oriente Próximo antiguo.


Los medios de comunicación gráficos y la divulgación de los hallazgos arqueológicos en Siria y en Irak, entonces colonias francesa y británica, son en sí mismos fuente de inspiración para los artistas modernos. La mirada y las obras de estos artistas son el resultado visible de la interpretación de todos aquellos documentos.

La muestra evidencia cómo la figuración de las obras de Mesopotamia entra a formar parte del imaginario del arte occidental y cómo la escritura cuneiforme es muy apreciada, primero por los museos arqueológicos occidentales y posteriormente por los artistas. También aborda la herencia hasta nuestros días de la composición infinita realizada con sellos cilíndricos y la influencia de los mitos mesopotámicos como la torre de Babel o el Poema de Gilgamesh, convertidos en motivos recurrentes en Occidente.


Las obras mesopotámicas siguen dando respuesta a preguntas que se han planteado en la primera mitad del siglo XX y, tal vez, incluso todavía hoy.


https://www.fmirobcn.org/es/exposiciones/5727/sumeria-y-el-paradigma-moderno